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Materadio 2016: alla ricerca dell’utopia nei coni rovesciati

Materadio 2016: il festival di RadioTre approda per il sesto anno consecutivo a Matera, confermandosi un’innovazione di comunità. Tra utopia e realtà.

Tutto troppo pieno. Le piazze, le strade, la Casa Cava. Nell’imbuto rovesciato del Sasso Barisano un variegato pubblico, assiepato come in un ventre, è giunto per il sesto anno consecutivo a seguire Materadio, il festival delle parole divenuto, in soli sei anni, innovazione a Matera.

materadio20176Già, Matera: la città invisibile diventata Capitale Europea della Cultura per il 2019. Dall’abisso al Paradiso. Utopia? No, stavolta è realtà. La città che contiene il suo passato come le linee di una mano è stata “città dell’utopia” per tre giorni, il 23, 24 e 25 settembre: parole che diventano eco in questa valle di grotte, gomitoli srotolati di espressioni, parentesi mai chiuse, interrogativi che si ripetono. E l’utopia, tema portante dell’iniziativa, nasce come pensiero carsico nelle riflessioni degli ospiti giunti in questa che Franco Arminio chiama “la spina dorsale d’Italia”: Umberto Galimberti, Moni Ovadia, Edoardo Albinati, Luigi Zoja, Nuccio Ordine, Guido Tonelli, Franco Farinelli, tanto per citarne alcuni.

L’occasione è ghiotta. Ricorrono quest’anno i cinquecento anni dalla pubblicazione dell’opera di Thomas More, Utopia. L’u-topos, il non luogo, irraggiungibile e irreale, dove tutto è come dovrebbe essere. Il rovescio del destino, dunque Matera. La voce dissonante che nasce in sordina nel ventre carsico della Murgia materana e si proietta verso. L’importante è camminare. L’utopia serve a questo –  ricorda Marino Sinibaldi, il direttore di Radio3 – La tensione verso l’utopia produce immaginazione, cultura. Le fa da contraltare il suo contrario, la distopia: società fittizia altamente indesiderabile e spaventosa che minaccia l’esistente.

E Matera conosce bene questa contraddizione. Non a caso “Utopie e distopie” è uno dei cinque cluster del dossier di candidatura.
Partendo dalla sua originalità del costruito, il visionario costruttore di mondi, Adriano Olivetti, diede vita ad un utopico progetto urbanistico che non svilisse l’anima dei luoghi. Nacque il Borgo La Martella, agglomerato residenziale che conserva ancor’oggi la comunità, ossia il patrimonio immateriale di storie e persone.
La vergogna che diviene orgoglio, portavoce di valori profondi, dai villaggi dove permangono le relazioni e la solidarietà –  dirà qualche anno più tardi Pietro Laureano, l’architetto autore dei rapporti che hanno portato all’iscrizione dei Sassi nella lista del Patrimonio mondiale dell’Umanità UNESCO.

Utopia, Gianfranco Baruchello
Utopia, Gianfranco Baruchello

In questo contesto la distopia sarebbe la trasformazione di un patrimonio immateriale in “baldoria ludica“, rischio incombente per le vie del centro, minacciate dallo svilimento delle radici autentiche in città feticcio, prive di spirito e di anima, ma specchio della forma che assume il denaro nella sua veste globale, dove il tempo sociale diviene sempre più utopico. Eppure, i Sassi vanno conservati in forme che non tradiscano la loro essenza, come testimonianza e memoria in un tempo, il nostro, sempre più tecnologico e borsistico.

Muovono proprio dalla critica alla società contemporanea che vive in un’unica dimensione tecnico scientifica, le discussioni di Galimberti e Ovadia. L’infinito nulla che Nietzsche aveva immaginato oggi si concretizza nel disfacimento sociale di una generazione, quella attuale, che non tenta nemmeno la rivoluzione, ma vive compiutamente la rassegnazione. Scenario apocalittico, distopico secondo Galimberti che sentenzia perentorio l’impossibilità dell’utopia oggi. Unica speranza (che c’è sempre, eh!) è riportare al centro la dignità dell’uomo, secondo Moni Ovadia.

Ma le utopie che prendono forma dal ventre cavo di Matera (Casa Cava, ndr) sono molteplici e libranti. L’utopia di mettere fine alla dittatura teorica della pratica della comunicazione istantanea, come ha fatto Edoardo Albinati, vincitore dell’ultimo Premio Strega, nelle 1294 pagine de “La Scuola cattolica”. Il bisogno di narrative positive, nutrimento mentale necessario, che emerge prepotente nella nuova generazione critica secondo Luigi Zoja. L’umanesimo meccanico del poeta ingegnere, Leonardo Sinisgalli, raccontato da Giuseppe Lupo. L’utopia del progetto europeo nato dalla follia del secondo conflitto mondiale, secondo Claudio Cappon. E infine la scienza, con la sua ricerca dell’inaspettato secondo Guido Tonelli.  Il sogno della conoscenza che non conosce verità, solo ricerca.

PH. Maria Angela Nestola
PH. Maria Angela Nestola

Materadio si conferma un festival propulsore di creatività e di atti performativi in una città come Matera che mantiene la propria vivacità, una miscela esplosiva, – secondo il sindaco Raffaello De Ruggieri – che non è semplice curiosità, ma partecipazione attiva della comunità.

Succede, così, che i Sassi ospitino Skype call, che Altiero Spinelli letto in inglese faccia pace con l’Inghilterra nell’era del dopo Brexit,  che in un Iglu de vent si sperimentino idee e si vivano confronti e che in una piazza sotto il sole di mezzodì le diversità si incontrino generando appartenenza. Le utopie diventano “topie” grazie all’archeologo Emmanuele Curti, che ha ideato un nuovo metodo di semantizzazione che prevede lo “strazzo” – tanto caro ai materani – della u dalla parola utopia. Resta il “topos”: la ricerca del luogo, lo spazio irriducibile.

Materadio è anche musica: la melodia che unisce in un pensiero unico. Stefano Bollani e il suo Napoli Trip tra le stelle e l’Orchestra Sinfonica Abruzzese che fa musica col pubblico, abbattendo i canonici confini tra ascoltatore e compositore. Ci si sente pellegrini della vita con Antonio Infantino e i ritmi convulsi della sua tarantella.

Tra una diretta e l’altra Italo Calvino e le sue Città Invisibili, quasi impossibili, riallacciano il filo con la realtà, segno di un linguaggio poliedrico che non si abbatte di fronte all’inferno dei viventi, ma ricerca il possibile in questo nunc.

E Matera cresce, affronta sfide, sprigiona valori e relazioni. Quel “sentimento del tempo” di Scotellaro, Levi, Pasolini, Visconti, Cartier Bresson permane e riecheggia in ogni pietra, lottando strenuamente con la distopia spettacolarizzatrice che ne minaccia l’autenticità. Ora va (solo) collegata col resto d’Italia. Prima o poi Ulisse deve raggiungere la sua Itaca. Se non ora, quando?

 

“Tutto il tempo che non è strettamente necessario agli interessi dello Stato dovrebbe essere usato dai cittadini per sottrarsi alla schiavitù del corpo, dedicandosi alla libertà dello spirito e alla cultura.”
Thomas More, Utopia

About Veronica Mestice

Veronica Mestice
Nasco a Milano nel 1992, anno che ha cambiato (?) la storia d’Italia. Vivo a Matera, l’eterea città dei Sassi, destinata a diventare la Capitale Europea della Cultura del 2019. Studio Giurisprudenza a Bari, perché “Io non sono di quelle anime pazienti, che accolgono l’ingiustizia con viso sereno”. Librofagia e scrittura le mie passioni, perché ho a cuore il mondo. Affascinata dall’Arte e alla ricerca di un senso. Osservo. Penso. Racconto.

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